Giuseppe Monachesi - pittore


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testi critici

Esploratori di sconosciute galassie, nocchieri di astronavi, esseri antropomorfi a metà fra cielo e terra, individui femminili, resi tali solo dagli attributi caratterizzanti, un condensato di Icaro e di Giulio Verne permeano i quadri di Giuseppe Monachesi, un pittore che sembra aver trovato la terra troppo angusta per se stesso e per la propria inventiva.

Ma questo nuovo “filo di Arianna” cui sembra affidarsi il nuovo Teseo-Monachesi sembra, a chi lo guarda, o meglio osserva le sue opere, un tramite surreale, un cordone, una calamita che pare attirarlo verso l’ignoto con estrema forza.

Monachesi si slancia alla scoperta dell’universo non tralasciando le origini.

Dalla preistoria alle antiche civiltà appaiono tutte riunite insieme in opere che altro non saranno se non il trampolino di lancio verso il grande salto con direzione la volta celeste.

Non basta a Monachesi “il parto dell'universo”, la sua sete di conoscenza e di evasione dal nostro pianeta lo spinge a guardare sempre più avanti sempre più oltre verso mondi ignoti e per questo più sorprendenti ed affascinanti.

E Monachesi vuol sottolineare questo suo anelito di conoscenza, origine, ignoto, usando le tinte più disparate e miscelate possibili per evidenziare gli atomi che via via si ricompongono nelle molecole cromatiche che costituiscono l’essenza delle sue opere.

Tele, tavole, compensati, non ha importanza il supporto, esso è solo “la scusa” con cui Monachesi si libra nei suoi viaggi interplanetari conducendoci con lui.

(Paola Giorgi - Pittori e scultori italiani del '900 - 1988 - Edizioni Il Quadrato)

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Ho conosciuto il pittore Giuseppe Monachesi nel suo studio di Firenze; era una delle prime giornate primaverili di aprile e sul terrazzo ho ascoltato a lungo e con piacere ciò che il pittore aveva da raccontarmi della sua vita e dei suoi quadri.

Marchigiano di origine, Monachesi è rimasto fino a vent’anni a Loreto, cittadina dove è nato nel 1920.

Ha trascorso parte della sua giovinezza in India. Rimasto prigioniero degli inglesi nel 1941, è vissuto per circa sei anni tra Clement Thown, Bhopal e Calcutta.

Spirito esuberante e al contempo cordiale, Monachesi strinse rapporti di amicizia con ufficiali dell’esercito, fra i quali ricorda il poeta, scrittore e pittore Luigi Bartolini, fu dunque quello un momento centrale nella sua formazione di uomo e di artista.

Ed è proprio il ricordo e l’atmosfera di quei luoghi lontani e misteriosi che il pittore si è portato con sé, traducendo esperienze di vita e immagini di un mondo affascinante e mitico, in una pittura che corrisponde perfettamente alla sua esigenza di emergere dal quotidiano per raggiungere uno spazio fantastico e surreale.

I personaggi creati da Monachesi, per metà pesci, per metà uccelli, condotti sulla tela con pennellate fluide e colori sfumati, sono una costante della sua particolare ricerca, dove l’astrazione della figura umana non richiama il mondo asettico del computer, ma piuttosto esprime la necessità, da parte dell’individuo, di armonizzarsi con l’intero universo, spaziare in esso.

Proprio come uccelli in volo, le sue figure non sono mai statiche, e ci parlano di uno spazio e di un tempo diverso da quello che viviamo: sembra quasi vogliano prendere per mano chi le osserva e dolcemente trasportarci in quell’atmosfera tranquilla e silenziosa, in quell’aria mite e serena che le avvolge.

Anche quando dipinge paesaggi, vedute realistiche di Firenze, tratti di campagna toscana, il pittore non rinuncia alla presenza, se pure furtiva, di quei corpi in volo avvolti da finissime tute e con curiosi copricapo.

Una pittura dunque originalissima, tanto che l’esperienza parigina, condotta dall’artista tra il '56 e il '60, per quanto importante, non ha trasformato il suo modo di dipingere.

Certamente osservatore appassionato della cultura figurativa francese, Monachesi ha preferito rimanere fedele al suo mondo pittorico, alle sue strane creature, che anche oggi osserva, cerca di capire e descrivere la loro visione dell'ambiente, degli oggetti, di tutto ciò che le circonda, in una ricerca infaticabile ma serena, che riflette d’altro canto la sua natura sensibile di uomo e d’artista.

(Francesca Paolini - eco d'arte moderna - n.ri 3/4 marzo/aprile 1985)

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Lo “spazialismo” di Giuseppe Monachesi trova lontane, ma persistenti radici, nella cultura orientale indoafro-egizia, temperato, ma non bruciato, dall’esperienza esistenziale di Montmartre e de La Rive Gauche.

Arrampicato nel suo studio di Borgo Pinti (un fazzoletto di terrazza che domina Firenze, dal Duomo alla Sinagoga) Monachesi vive nelle immagini essenzializzate della memoria.

L’unico volto maschile in rilievo nella plejade di figure angeliche (femminili e androgine, serene e delicate, ben delineate in ogni caso) è quello di un “Guru”, eredità dell’India, come la matassa decorativa, ritmicamente ripetuta e snodata, intorno al volto del Marajà, che fiorisce dal lato di una colonna; personaggi di rilievo degli antichi insediamenti posti fra Agra e Nuova Delhi, ora malinconicamente alle prese con un harem in rivolta.

I tempi cambiano, ma il dolce “enigmatico” mistico volto dell’Asia, resta tale e quale.

Figure concrete, spaziali, jeratiche e volanti, quasi remoti draghi di magnificenze femminili, queste “creature”, come ama denominarle Monachesi, (ogni composizione è una “creatura”), danzano e mimano l’eterna simbologia della storia.

Paesaggi concreti, come Firenze e Milano, chiaramente riconoscibili, totalmente inequivocaboli, vedono - tuttavia - nel loro cielo la strana favola di soli multicoltori; è il volo della Fenice nella storia del femmineo sacro: l’India è sempre maestra, non importa a quale latitudine o longitudine.

Anche l’Egitto delle piramidi e delle “mastaba” ha lasciato traccia; i cappelli di paglia sembrano ali.

Una figura asessuata concerta un mondo di creature spaziali e cabalistiche, in mezzo a rocce frastagliate, quasi spuma di mare verso il liquido azzurro.

Creature del cosmo, dal volto meccanizzato, ricamano ghirlande di mute danze aeree.

Ma ecco una macchina da corsa, formula-uno umanizzata, ruote, differenziale, grandi occhi dolci, in un corteo di Piatti Volanti, estrema implicazione della velocità.

Persino le dame francesi e inglesi risultano orientalizzate; altri climi, chiome dal colore del grano (non dell'inchiostro!), ma sempre indecifrabili enigmi.

I Cristi danzano a braccia aperte, si librano su paesaggi agresti (afro-asiatici naturalmente!).

Negretti pregano, attendono il miracolo dell'acqua; il cielo è chiaro, ma - strano - (unico elemento frastagliato nel nitore del disegno) e realizzato con tecnica divisionistica.

Un Cristo viaggia sullo sfondo possente d'un gigantesco volto antico orientale.

Figure di angeli moderni si materializzano dalle guglie della cattedrale gotica, scoppia il “Big-Bang” e dalla spirale calano lacrime magmatiche rosse e gialle, e infine avanzano le “reincarnazioni”, che nel ciclo artistico attuale sembrano sopraffare le “creature”.

Ancora ali, sfingi, cherubini, anime dai corpi di donne, la metamorfosi continua e parte da occhi assorti, quasi in trance, sul panorama delle “vite” passate e future, mentre un visore (o un oscilloscopio?) scandisce il tempo con grafici di onde cerebrali.

Ma forse, a parte il simbolo della frequenza bio-psichica, siamo in pieno ambiente chirurgico.

E nubi di energia “cantano” nello spazio, ultrasuoni di origine biologica intorno a figure polimorfe: l’oriente insegna ancora.

(Duccia Camiciotti - Pègaso, Anno IX - n.ro: 5-6)

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Una sorta di memoria storica, questa, in ricordo di Giuseppe Monachesi, pittore fiorentino.

Un pittore particolare, degno di riguardo, che ha costruito la propria pittura a sua immagine e somiglianza, partendo da una dimensione espressiva indipendente, personale, fusione e non giustapposizione delle influenze cui ogni uomo nella propria vita è sottoposto.

Influssi africani, asiatici, temperati dal figurativismo francese si amalgamano insieme, emergono in una commistione totale in cui si nota soltanto la prevalenza di un aspetto: la personalità dell’artista.

Questa si delinea in una dimensione che non è reale, ma al di là del reale, sovrumana, ma al tempo stesso non isolata dal mondo.

E’ dimensione onirica che parte dall’uomo per elevarsi a sfere superiori in cui l’uomo è soggetto attivo, costruttore.

Quadri metafisici, simbolici, dominati da donne uccello, esseri alati e piumati, misteriosi personaggi di un mondo silenzioso, per usare una definizione di Francesca Paolini, creature spaziali in un volo etereo ed eterno nei cieli del reale, creature non fisiche immerse nella fisicità.

I colori tenui, sfumati, inducono a percepire il passo incerto, dubbioso di chi è alla ricerca di un qualcosa, di chi vaga senza una precisa meta, di chi ha lo sguardo rivolto al futuro, come in “Verso l’ignoto”, una famiglia in cammino fra i monti.

E questa bramosia di conoscere, ha rivolto la sua attenzione allo spazio, appunto, possibile sorgente di salvezza, in cui “L’occhio dell’universo” sembra cogliere l’essenza delle umane necessità.

Così nel sogno si delinea lo stagliarsi di “Un’astronave fra i pianeti”, si forma la speranza di un domani, di un futuro migliore per l’umanità, che si concretizza nella religiosità.

Fra le opere che Giuseppe Monachesi ha lasciato prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1986, compaiono infatti molte raffigurazioni del Cristo, epilogo forse di un’esistenza, meta di una ricerca.

(Francesco M. Mugnai - Pègaso – anno XII – n.ro 5-6)

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Monachesi: le metafore e le profezie


Nella produzione corrente che strizza l’occhio alle mode, e ricalca il déja vu, i racconti pittorici metaforici di Giuseppe Monachesi fanno razza a sé, hanno una loro originalità e autonomia.

Le tele di Monachesi - quegli strani esseri alati che si librano nei cieli delle città, grandi uccelli dalle fattezze muliebri angelicate - trasmettono al fruitore attento una forte suggestione e al tempo stesso alcunché di sottilmente beatificante.

Colpisce in Monachesi, fra l’altro, quella straordinaria facoltà di sintonizzare il dato allegorico al dato reale; la leggiadria della “pamela” sul capo della donna uccello, l'apparire di un volto anch'esso femmineo, quasi spirito materializzato, framezzo ai palazzi e alle guglie della città.

Monachesi guarda al “pianeta donna” e soggiace al suo fascino.

I ritratti di matrice impressionista dei primi anni della sua carriera, quelle pennellate corpose hanno lasciato il posto ad altre rastremate, essenziali.

Certe figurine, buttate sveltamente sulla tela, quasi fotogrammi mentali, ci possono far ricordare le donne di Calcutta (Monachesi ha vissuto sei anni in India) e altre eleganti “silhouette” ci ricordano le parigine (nella capitale francese ha soggiornato a lungo).

Monachesi (la sua spiritualità, diremmo la sua religiosità) ha buon gioco su questi spunti mnemonici, come quando dipinge il “Cristo della Fame”, ischeletrito, estenuato, tutto pelle e costole, che forse gli ricorda i bassifondi di Bombay e i ragazzi denutriti.

Ma il diapason delle sue facoltà poetiche Monachesi lo raggiunge con il “Cristo della Pace”: un’opera, a nostro avviso, fra le più belle e suggestive dell’artista loretino, dipinta qualche tempo prima della sua morte (in clima politico tutt’altro che distensivo, quando le due superpotenze si guardavano ancora in cagnesco); il quadro raffigura una colomba bianca e una rossa che volteggiano attorno ad un Cristo campeggiato da un occhio gigantesco.

E’ un quadro che turba e al tempo stesso esalta, un'opera compiutamente riuscita che ha, con tutta evidenza una grande valenza profetica.

(Mario A. Mazzoni – Pègaso – anno XII – n.ro 5-6)

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